martedì 12 aprile 2016

1959 – SSN Marconi

aggiornamento (2016): ho aggiunto vari nuovi riferimenti; molti dei link inseriti nella prima versione di questo testo (2009) non portano più a nulla – fortunatamente i contenuti erano stati copiati scrupolosamente dalle fonti.

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nuova versione Wikipedia:

Classe Marconi (sottomarino)

La classe Marconi della Marina Militare Italiana doveva essere composta da due unità sottomarine d'attacco a propulsione nucleare (la prima delle quali battezzata "Guglielmo Marconi" la seconda "Enrico Toti", anche se il nome della seconda unità non fu stabilito al 100%, con proposte alternative quali "Galileo Galilei", "Alessandro Volta", "Archimede", "Leonardo da Vinci" ed "Enrico Fermi", nome, quest'ultimo, proposto anche per un rifornitore di squadra a propulsione nucleare) costruite presso Italcantieri (il nome dell'epoca di Fincantieri) alla fine degli anni cinquanta.

Il progetto

Avvalendosi anche delle esperienze compiute dagli statunitensi con il sottomarino sperimentale "Albacore", era stato progettato un sottomarino d'attacco a propulsione nucleare che avrebbe dovuto chiamarsi "Guglielmo Marconi" a cui avrebbe dovuto far seguito un'unità gemella. Il battello, simile allo "Skipjack" statunitense, avrebbe dovuto avere un dislocamento in immersione di 3 400 tonnellate e una velocità massima in immersione di 30 nodi.

La realizzazione del progetto, come già detto, necessitava della collaborazione degli Stati Uniti d'America ma il successivo rifiuto da parte di questi ultimi di proseguire la collaborazione (sulla base di una legge che vietava il trasferimento all'estero di conoscenze e tecnologie nucleari utilizzabili a fini militari) e altri impedimenti di carattere politico impedirono che l'impresa avesse seguito provocando l'abbandono del progetto.

Tra i timori degli statunitensi vi era anche quello che della tecnologia strategica venisse trasferita all'Unione Sovietica.

La costruzione

Diversamente da quanto fino ad allora noto, il 18 gennaio 2015 è comparsa una fotografia dalla Rassegna e Bollettino di Statistica del Comune di Taranto di Novembre-Dicembre 1957, che testimonia l'avvenuta impostazione, il 16 giugno 1957, del primo anello di scafo del sommergibile "Guglielmo Marconi", presso i Cantieri Navali di Taranto, quale costruzione n. 170.



Nel mese di Luglio 1959 (due anni dopo) il Ministro della Difesa Giulio Andreotti annuncia l'approvazione del governo per il progetto dell'S-521 “Guglielmo Marconi”, un sommergibile nucleare da attacco (SSN), quindi senza missili balistici, ma passo indispensabile per la successiva costruzione di veri SSBN. “La propulsione doveva essere affidata ad un impianto nucleare ad acqua pressurizzata da 30 MW di potenza termica, derivato dal modello S5W della Westinghouse e studiato dal CAMEN, che alimentava due turbine (alta e bassa pressione) accoppiate ad un diruttore. La potenza massima erogata sull'unico asse con elica a 5 pale era di 15.000 cavalli, cui doveva corrispondere una velocità massima continuativa di 30 nodi”.

Nel Luglio 1963 gli Stati Uniti rifiutano di soddisfare le richieste italiane di fornire uranio ed assistenza tecnica per realizzare il sottomarino nucleare “Guglielmo Marconi” ed il progetto viene annullato e, in sua vece, lanciato il programma per la nave da trasporto logistico "Enrico Fermi".

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disegni presso il Museo Navale di Venezia


Marconi

(la seconda unità?)


modellino nell'atrio della caserma sommergibili di La Spezia



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Dal Marconi alla bomba

versione precedente Wikipedia

La classe Guglielmo Marconi della Marina Militare Italiana doveva essere composta da due unità costruite presso Italcantieri (il nome dell'epoca di Fincantieri) alla fine degli anni '50.
Avvalendosi anche delle esperienze compiute dagli statunitensi con il sottomarino sperimentale Albacore era stato progettato un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare che avrebbe dovuto chiamarsi Guglielmo Marconi a cui avrebbe dovuto far seguito una unità gemella. L'unità, simile allo Skipjack americano, avrebbe dovuto avere un dislocamento in immersione di 3.400 tonnellate ed una velocità massima in immersione di 30 nodi. La realizzazione del progetto come già detto necessitava della collaborazione degli Stati Uniti, ma il successivo rifiuto americano di proseguire la collaborazione, sulla base di una legge che vietava il trasferimento all'estero di conoscenze e tecnologie nucleari utilizzabili a fini militari, e l'adesione dell'Italia al trattato di non proliferazione nucleare e altri impedimenti di carattere politico, impedirono che l'impresa avesse seguito provocando l'abbandono del progetto. Tra i timori degli statunitensi vi era anche quello che tecnologia strategica venisse trasferita all'Unione Sovietica.

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SSN Guglielmo Marconi
tipo
sottomarino
classe
Marconi
costruttori
Italcantieri, ora Fincantieri spa
ordine
luglio 1959
caratteristiche generali
dislocamento
in emersione 2.300 t
e in immersione 3.400 t
lunghezza
83 m
larghezza
diametro: 9,55 m
propulsione
1 reattore nucleare CAMEN (derivato dal Westinghouse S5W) da 30 MW di potenza termica e 15.000 shp, un’elica a 5 pale
velocità
30 nodi
armamento
siluri: 6 tubi da 533 su due file orizzontali da 3 con 30 siluri
* ne “esistono tutt'oggi 2 modellini, uno presso palazzo Marina a Roma e l'altro alla caserma Scirè di la Spezia (fonte)”.

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Nella monografia sulla MMI delle EDAI dice che fu annunciato dal Ministro della Difesa nel luglio 1959. Specifiche previste: lunghezza fuori tutto 83 metri, diametro massimo scafo resistente 9,55 metri, dislocamento 2.300 tonnellate (3.400 immerso).
"La propulsione doveva essere affidata ad un impianto nucleare ad acqua pressurizzata da 30 MW di potenza termica, derivato dal modello S5W della Westinghouse e studiato dal CAMEN, che alimentava due turbine (alta e bassa pressione) accoppiate ad un diruttore. La potenza massima erogata sull'unico asse con elica a 5 pale era di 15.000 cavalli, cui doveva corrispondere una velocità massima continuativa di 30 nodi."
"La carena si presentava come un solido di riduzione (serie 58) le cui forme erano derivate dalle esperienze effettuate dall'US Navy con il battello sperimentale Albacore, e che permetteva lo sviluppo di elevate velocità in immersione. La manovrabilità sarebbe stata assicurata da superfici di governo poppiere cruciformi (timoni orizzontali e verticali), mentre i timoni orizzontali di prora erano posizionati sulla falsatorre allo scopo di migliorare le prestazioni di sensori elettroacustici."
4 paratie stagne delimitavano il locale siluri (6 tubi da 533 su due file orizzontali da 3 con 30 armi di riserva), il compartimento destinato al controllo dell'unità e ai locali di vita (su 4 livelli), il compartimento reattore, il compartimento dell'impianto di distribuzione dell'energia elettrica e del sottostante gruppo diesel-generatore di emergenza, e, infine, il compartimento del gruppo propulsore ed i due gruppi turbo-alternatori con una potenza unitaria di 1.800 kW.
Era prevista una spesa di 30 miliardi di lire del 1959, cifra che rendeva utopistico il proseguimento del progetto, date le difficoltà di bilancio delle FFAA. Oltre a ciò mancò la disponibilità americana a fornire la necessaria assistenza tecnico-logistica. Il Marconi comunque non fu l'unico progetto relativo ad unità a propulsione nucleare, quanto piuttosto quello su cui si concentrarono maggiormente le attenzioni di detrattori e fautori di una marina militare di rango mondiale.
Il punto in cui il progetto fu interrotto non lo conosco, ma credo non si andò mai oltre gli studi di massima.
Nel libro è presente la foto in b/n di un modellino (probabilmente esposto ad una fiera): appare non troppo diverso dal tipico sottomarino classe Los Angeles, quanto a forme esteriori.


(fonte)



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Sottomarino Nucleare Italiano "Marconi"

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Il programma nucleare della MMI
In quel periodo [anni sessanta] la Marina, al cui vertice era dal maggio del 1962 l'ammiraglio Ernesto Giuriati, manifestò ufficialmente il proprio interesse verso il naviglio a propulsione nucleare, con il progetto per un sottomarino d'attacco battezzato Guglielmo Marconi. L'unità, simile allo Skipjack americano, avrebbe dovuto avere un dislocamento in immersione di 3.400 tonnellate, una velocità massima in immersione di 30 nodi e una dotazione siluristica di 30 armi, il tutto per un costo totale di circa 30 miliardi. Era tuttavia palese che senza la collaborazione degli Stati Uniti il progetto non avrebbe mai potuto concretizzarsi; nonostante gli sforzi dell'allora Ministro della Difesa Giulio Andreotti, il governo di Washington rifiutò di collaborare, sulla base di una legge che vietava il trasferimento all'estero di conoscenze e tecnologie nucleari utilizzabili a fini militari; tale atteggiamento finì col provocare l'abbandono del progetto da parte italiana. Nonostante l'esito di questa vicenda, l'interesse della Marina Militare verso la realizzazione di piattaforme navali a propulsione nucleare non si affievolì, sfociando pochi anni più tardi nell'idea di un'unità da supporto logistico/rifornimento di squadra il cui progetto iniziò a prendere corpo nel dicembre del 1966, con la firma di una serie di accordi fra la MM, il CNEN e alcune industrie italiane. La nave, battezzata Enrico Fermi, avrebbe dovuto avere una lunghezza di 175 metri e un dislocamento di 18.000 tonnellate; un reattore da 80 MW avrebbe fornito la potenza per gli usi di bordo, inclusi i 22.000 hp necessari per la propulsione. Anche per tale progetto era però necessario un minimo di collaborazione da parte di nazioni già in possesso del know-how nucleare indispensabile per realizzare impianti navali di tale potenza. Le speranze coltivate in tal senso vennero nuovamente disattese, mentre il fallimento delle prime esperienze d'esercizio dei mercantili* a propulsione nucleare realizzati da alcuni paesi occidentali convinse alla fine la Marina dell'opportunità di abbandonare le proprie ambizioni nel settore.
(fonte non più disponibile, sostituita da questa anodina)
* cfr. NS Lenin e NS Savannah, Nave senza fumo.


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da Il Potere nucleare delle F.A. Italiane dal 1953 al 1992
di Vincenzo Meleca
conferenza 2 aprile 2014 presso UNUCI Milano

Il mancato potere nucleare della Marina
Nella seconda metà degli anni ‘50 Marina mise in atto varie iniziative volte sia alla sperimentazione di sistemi di propulsione nucleare, sia all’impiego di vettori d’arma strategici.
La prima iniziativa, volta anche -se non soprattutto- a colmare, avvalendosi dell'esperienza e della capacità dei docenti universitari pisani, la lacuna circa le proprie conoscenze nel settore dei sistemi di propulsione nucleare, si concretizzò con la creazione nel 1956 di un centro ricerche all'interno del comprensorio dell'Accademia Navale di Livorno: fu così che nacque il C.A.M.E.N. (Centro per le Applicazioni Militari dell'Energia Nucleare)[1] e che si sperimentò un piccolo reattore nucleare sperimentale, l’ RTS-1 “Galileo Galilei”, costruito poi a San Piero a Grado, vicino a Pisa, ove nel 1961 si trasferì il Centro.
Logica conclusione delle ricerche era comunque senz’altro quella di costruire in prospettiva unità militari a propulsione nucleare.
L’iniziativa fu seguita con attenzione dagli Stati Uniti e dall’US Navy, ma quando si trattò di passare alla fase realizzativa, con la costruzione di un sottomarino, il Guglielmo Marconi (1959) e di una grande unità di supporto logistico e di rifornimento di squadra, l’Enrico Fermi (1966), gli USA misero il veto, temendo che, da un lato, l’Italia potesse acquisire la possibilità di costruire armi nucleari e, dall’altro che, in considerazione della forte presenza in Italia di componenti politiche comuniste, vi fosse un elevatissimo rischio che le tecnologie potessero essere trasferite all’Unione Sovietica ed ai Paesi del Patto di Varsavia.

[1] Il 13 luglio 1985 il C.A.M.E.N. diventa C.R.E.S.A.M. (Centro Ricerche E Studi Applicazioni Militari) e quindi, il 28 aprile 1994, con Decreto del Ministro della Difesa, viene quindi istituito il C.I.S.A.M. (Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari). Fino al 1998 alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa, il  C.I.S.A.M., con Decreto Ministeriale 20 gennaio 1998, passa alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Marina.

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NS Enrico Fermi
tipo
unità logistica a propulsione nucleare
dimensioni
lunghezza di 170,5 metri
larghezza di 14 m
dislocamento
17.000 tonnellate a pieno carico
propulsione
reattore nucleare da 80 MW
armamento
4 cannoni Oto Melara da 127mm/54 Compatto
4 cannoni Oto Melara da 76mm/62 SR
componente di volo
hangar e ponte di volo per elicotteri SH-3D
programma
Unità logistica a propulsione studiata a fine anni 60. Il progetto non venne mai realizzato per la mancanza di accordi internazionali per la fornitura del propulsore all'Italia.
Il primo tentativo fu con gli stati uniti per ottenere l'uranio arricchito che avrebbe alimentato un reattore Westinghouse ma l'amministrazione Johnson si rifiuto perchè il programma aveva caratteristiche militari come avenne anni prima per il sottomarino Marconi.
L'uranio venne ottenuto dalla Francia e le prime 2 tonnellate per far funzionare il reattore ROSPO* presso i laboratori di Casaccia del CNEN e nel gennaio 1970 il reattore divenne critico. Ulteriori interferenze della Commissione Europea e il veto degli Stati Uniti bloccarono il progetto che sembrava ormai sicuro.

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Navi Da Crociera A Propulsione Nucleare

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* Vanno citati, tra i reattori di potenza, quelli utilizzati per la trazione. Le necessità, in questo caso, sono quelle di leggerezza e ottimo contenimento delle radiazioni: a tale scopo, la filiera PWR è generalmente usata, in quanto permette di tenere turbine e generatori in zona sicura, essendo il fluido esente da radiazioni. In realtà il circuito primario è stato realizzato anche con fluidi diversi, come nel reattore italiano R.O.S.P.O. (Reattore Organico Sperimentale Potenza Zero), realizzato come prototipo per la futura (e mai realizzata) nave Enrico Fermi a propulsione nucleare, in cui venivano utilizzati prodotti organici cerosi, simili ai comuni oli diatermici - sempre allo scopo di ridurre le dimensioni. Malgrado i molti progetti (la nave tedesca Otto Hahn, quella americana Savannah, e altre sono state effettivamente realizzate, ma senza grande successo), la propulsione nucleare navale è oggi usata solo nei sottomarini militari (e alcuni di ricerca), nelle grandi portaerei e nei rompighiaccio russi della classe Lenin. (fonte)

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Guglielmo Marconi ed Enrico Fermi
Giulio Andreotti, che dell’accordo segreto del 1972 con Washington è stato uno dei registi, resta dunque fermo sulle sue posizioni: gli americani devono restare. Ma sul contenuto di quel protocollo segreto e del come sia nato, il senatore a vita è avaro di parole. Non è infatti mai andato oltre le generiche spiegazioni di esigenze di geopolitica. Eppure, dietro la storia della nascita della base di Santo Stefano ci sarebbe anche una lunga storia tutta italiana nella quale non sarebbe secondaria l’ambizione delle alte gerarchie militari italiane, di avere un programma nucleare. Guarda caso, fu lo stesso Giulio Andreotti a ufficializzare questo sogno dei generali e degli ammiragli italiani, intervenendo al Senato nel 1959, quando era ministro della Difesa. E in quell’occasione annunciò la costruzione di un sommergibile nucleare per il quale era già pronto il nome: il Guglielmo Marconi. Ne precisò perfino le caratteristiche: dislocamento 3.400 tonnellate, lunghezza 83 metri, larghezza 9,60, autonomia 12 mila ore di moto. E cioé, circa un anno e mezzo di navigazione. Costo: 30 miliardi di lire di allora. Una cifra colossale.
C’era solo un problema da superare: convincere gli Stati Uniti a fornire l’uranio arricchito per il reattore nucleare. Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa della Camera, ha la memoria lunga e riucorda che, il 22 dicembre del 1962, in occasione del varo dell’incrociatore Duilio a Castellamare di Stabia, Andreotti disse: «Noi desideriamo portare avanti al più presto il progetto della costruzione di un sottomarino nucleare italiano che andrà incontro alle aspirazioni di fondo della nostra Marina e rappresenterà altresì un passo in avanti verso quel progetto tecnico a cui tutti dobbiamo cooperare».
Ma agli americani non piacevano molto le ambizioni della Marina italiana. Il primo risultato fu un cambiamento del “programma nucleare” italiano. E infatti Andreotti, il 18 settembre 1963, in Parlamento parlò dell’impegno «a relizzare un’unità di superficie a propulsione nucleare, primo passo verso la costruzione del sommergibile atomico, he resta l’obiettivo finale».
Il più fiero oppositore del programma nucleare “made in Italy” era l’ammiraglio Hyman Rickover, l’ideatore dei sommergibili atomici statunitensi. Nel 1964 Andreotti disse al Corriere della Sera che dall’originario progetto del sommergibile si era passati all’idea «di una nave civile-militare a propulsione nucleare che si sarebbe chiamata Enrico Fermi. Anche qui furono presentati i dati tecnici: 18 mila tonnellate, 174 metri di lunghezza e una velocità di 20 nodi.
Niente da fare: Rickover bocciò anche questa ipotesi. Gli italiani si rivolsero allora ai francesi, con i quali dal 1961 esisteva un progetto di collaborazione per la produzione di uranio arricchito negli impianti di Pierrelatte. Ma gli americani ci misero lo zampino e non se ne fece niente.
Nel 1966, l’allora ministro della Difesa, il socialdemocratico Tremelloni cercò diplomaticamente di esaltare soprattutto gli aspetti civili della ricerca nucleare, ma Andreotti lo gelò: «Anche il cannochiale di Galileo è nato da una commessa militare, ma l’umanità ne ha avuto benefici immensi». Il problema politico vero era dunque quello di convincere gli americani a togliere il veto. E’ in questo contesto che nacquero gli accordi per la concessione agli Usa della base della Maddalena. Quasi una sorta di “regalo” per ammorbidire certe posizioni di diffidenza. Niente da fare: gli americani in cambio passarono all’Italia alcuni sommergibili convezionali ormai in odore di dismissione. Ironia della sorte: alla fine nei nostri mari navigano sommergibili nucleari. Ma hanno la bandiera a stelle e strisce e non il tricolore.
(fonte)

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Il sogno nucleare del “mandarino” e il veto americano
Andreotti firmò l’accordo con Washington per la Maddalena in cambio di uranio per il sottomarino atomico made in Italy
di Piero Mannironi La Nuova Sardegna 5 luglio 2013
Della base della Us Navy alla Maddalena Giulio Andreotti non amava parlare. Perché si sarebbe avventurato in un terreno per lui politicamente scivoloso. Era stato infatti il regista dell'accordo bilaterale firmato a Washington nel luglio del 1972 e che, in palese violazione della Costituzione, non era stato ratificato dal Parlamento. Poi, perché dietro lo sbarco dello Zio Sam in Sardegna si nascondeva una sua personale, bruciante sconfitta. E il "divino Giulio", per sua natura discreto, non ha mai amato parlare dei suoi fallimenti.
Per raccontare questo capitolo poco conosciuto della storia della base per sommergibili nucleari americani alla Maddalena, bisogna tornare indietro nel tempo, fino al 1959. Andreotti era allora ministro della Difesa ed era rimasto affascinato dalle ambizioni delle alte gerarchie militari italiane che volevano un programma nucleare. E in quel 1959 intervenne al Senato per annunciare che condivideva e sosteneva il sogno di generali e ammiragli: la costruzione di un sommergibile nucleare per il quale era già pronto il nome: il Guglielmo Marconi. Ne precisò perfino le caratteristiche: dislocamento 3.400 tonnellate, lunghezza 83 metri, larghezza 9,60, autonomia 12mila ore di moto. E cioè, circa un anno e mezzo di navigazione. Costo: 30 miliardi di lire di allora. Una cifra colossale.
C'era però un problema da superare. Problema non da poco: convincere gli Stati Uniti a fornire l'uranio arricchito per alimentare il reattore nucleare. Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa della Camera, ha la memoria lunga e ricorda che, il 22 dicembre del 1962, in occasione del varo dell'incrociatore Duilio, a Castellamare di Stabia, Andreotti disse: «Noi desideriamo portare avanti al più presto il progetto della costruzione di un sottomarino nucleare italiano che andrà incontro alle aspirazioni di fondo della nostra Marina e rappresenterà altresì un passo in avanti verso quel progetto tecnico a cui tutti dobbiamo cooperare».
Ma agli americani non piacevano molto i progetti della Marina italiana. Si sviluppò una trattativa segreta che portò a un sostanziale cambiamento del "programma nucleare" italiano. E infatti Andreotti, il 18 settembre 1963, in Parlamento parlò dell'impegno "a realizzare un'unità di superficie a propulsione nucleare, primo passo verso la costruzione del sommergibile atomico, che resta l'obiettivo finale".
Il più fiero oppositore del programma nucleare "made in Italy" era l'ammiraglio statunitense Hyman Rickover, l'ideatore dei sommergibili atomici statunitensi.
Nel 1964 Andreotti disse al Corriere della Sera che dall'originario progetto del sommergibile si era passati all'idea «di una nave civile-militare a propulsione nucleare che si sarebbe chiamata Enrico Fermi». Anche qui furono presentati i dati tecnici: 18mila tonnellate, 174 metri di lunghezza e una velocità di 20 nodi.
Niente da fare: Rickover fu irremovibile e bocciò anche questa ipotesi. I militari italiani si rivolsero allora ai francesi, con i quali dal 1961 esisteva un progetto di collaborazione per la produzione di uranio arricchito per uso civile negli impianti di Pierrelatte. Ma gli americani ci misero lo zampino "avvelenando" la trattativa. E così non se ne fece niente.
Nel 1966, l'allora ministro della Difesa, il socialdemocratico Tremelloni, cercò di alleggerire le pressioni dei militari cercando diplomaticamente di esaltare soprattutto gli aspetti civili della ricerca nucleare. Ma Andreotti lo gelò con una battuta folgorante: «Anche il cannocchiale di Galileo è nato da una commessa militare, ma l'umanità ne ha avuto benefici immensi».
Il problema politico vero era dunque quello di convincere gli americani a togliere il veto. Andreotti cominciò così a tessere i fili di una diplomazia segreta con Washington, mettendo sul tavolo della trattativa la concessione alla Us Navy di una base alla Maddalena. Ironia della sorte, proprio per sommergibili nucleari. È in questo contesto che nacquero gli accordi del 1972. Quasi una sorta di "regalo" per ammorbidire le diffidenze. Ma gli americani non onorarono l'impegno e passarono all'Italia alcuni sommergibili convenzionali ormai in odore di dismissione. Alla fine nei nostri mari hanno sì navigato i sommergibili nucleari, ma con la bandiera a stelle e strisce.

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La bomba italiana
Nel 1980, per alcuni mesi, quando serpeggiarono notizie di difficoltà nelle forze armate, l’Italia ipotizzò di costruire l’atomica. La rivelazione è dell’ex ministro della difesa, Lelio Lagorio, che ne parla nel suo recentissimo volume L’ora di Austerlitz. 1980: la svolta che mutò l’Italia che reca la prefazione di Enzo Bettiza ed è edito da Polistampa. Lagorio ricorda che il 1980 fu decisivo rispetto al tema del dispiegamento degli euromissili. «Quanto alla bomba italiana - scrive l’ex ministro - il fatto che gli euromissili avessero dato al Paese un superiore rango internazionale suggerì a qualche ambiente militare l’idea che una bomba italiana avesse stabilmente assicurato tale rango. La bomba costava poco e il nostro apparato scientifico-tecnico-industriale era in grado di produrla. Con me ne parlò espressamente il capo di stato maggiore ammiraglio Torrisi (luglio 1980). Più tardi l’idea venne risollevata dal mio sottosegretario alla difesa Ciccardini in sintonia con l’esperto Stefano Silvestri (autunno 1982). Era vero che l’Italia aveva ratificato il trattato di non proliferazione nucleare, ma da poco e dopo molte incertezze e resistenze. Un ripensamento era sempre possibile. Tanto più se lo si fosse sostenuto con una autonoma iniziativa nel Mediterraneo. In quest’area l’Italia assieme alla Francia poteva far nascere una "Piccola Nato" con i Paesi rivieraschi per dare a ciascuno un maggior senso di sicurezza. Un force de frappe nucleare italo-francese avrebbe garantito alla coalizione mediterranea un margine superiore di influenza e credibilità, senza contare che l’avvento di un nuovo robusto protagonista sullo scacchiere euro-africano avrebbe assunto un rilievo inusitato nella politica internazionale». Sin qui Lagorio. Falco Accame, all’epoca impegnato nel Psi nel settore militare - fu anche presidente della Commissione difesa - ricorda che a suo tempo ci furono «sussurri e bisbiglii circa il segretissimo progetto di costruire un’arma nucleare. Il progetto era legato alle tecnologie che in Italia era state sviluppate in alcuni centri di ricerca nucleare e soprattutto che erano state messe a punto presso il Camen, il centro di applicazioni militari per l’energia nucleare di San Piero a Grado, presso Pisa (oggi Cisam). Il Camen avrebbe dovuto provvedere alla realizzazione dei reattori nucleari per il sommergibile Marconi e per la nave mercantile Fermi». «Nel libro di Lagorio non figurano - spiega ancora Accame - alcune premesse a questo progetto ed anche all’altro di realizzazione della force de frappe. Il primo novembre 1968 la Francia ci aveva fornito l’uranio arricchito per il reattore della Casaccia, reattore che iniziò a funzionare nel ’70. Nel giugno ’71 l’ambasciatore Quaroni, lo era stato anche in Francia, in un articolo su "La revue de deux mondes" aveva parlato di possibili accordi tra Italia e Francia per un programma nucleare. Gli Usa non vollero fornirci l’uranio necessario per i progetti per la realizzazione del sommergibile e della nave nucleare. Sui programmi del Camen riferì in una intervista su un importante settimane italiano l’allora direttore, ammiraglio Avogadro di Valdengo».
(fonte)

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… e l’atomica europea
Nel 1952 era stato creato il Cnrn (Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari) e gli era stata affidata la costruzione di un primo reattore. Nel 1956, presso l’Accademia Navale di Livorno, era entrato in funzione il Camen (Centro per l’Applicazione Militare dell’Energia Nucleare). I primi risultati furono visibili negli anni seguenti. Nel 1958 cominciò la costruzione della centrale di Latina, nel dicembre 1962 il reattore divenne critico e nel maggio dell’anno successivo, come ricorda Cacace, cominciò la produzione di energia elettrica. Erano cominciati contemporaneamente i lavori per un’altra centrale, sul Garigliano, che avrebbe prodotto energia nel gennaio del 1964. Nel frattempo anche due grandi aziende private, FIAT e Montecatini, erano scese in campo. Un reattore di ricerca fu installato a Trino Vercellese e cominciò a produrre energia nel 1964. Esistevano quindi in Italia, negli anni Sessanta, le condizioni per una politica nucleare che avrebbe permesso al paese, tra l’altro, di affrontare con maggiore tranquillità e indipendenza le grandi crisi energetiche del 1973 e del 1979.
La parte militare del programma, tuttavia, era stata abbandonata lungo la strada. […] Le vicissitudini della politica italiana dopo la crisi del centro-sinistra e le elezioni del 1972 ebbero l’effetto di riaprire la discussione nel governo sulla scelta atomica della politica estera italiana. Esistevano ancora ambiziosi programmi per l’impiego civile dell’energia nucleare. E un programma civile poteva sempre, all’occorrenza, avere risvolti e implicazioni militari. Era civile o militare, ad esempio, la nave Enrico Fermi (un’unità di supporto logistico a propulsione nucleare) che la Marina militare aveva deciso di costruire sin dal dicembre del 1966? Quando il reattore della nave divenne critico e l’Italia cercò di comprare le due tonnellate di uranio arricchito necessarie al suo funzionamento, gli Stati Uniti sostennero che il progetto aveva caratteristiche militari e negarono il loro appoggio. […] Molto di ciò che accadde negli anni successivi, dai laboriosi programmi energetici adottati dopo gli shock petroliferi al fatale referendum del novembre 1987 con cui i programmi del “nucleare civile” vennero resi impossibili, è il risultato delle due grandi rinunce degli anni Cinquanta e Settanta. Dopo essere stato uno dei paesi più avanzati e intraprendenti nel campo delle ricerche nucleari, l’Italia aveva progressivamente smantellato le sue migliori istituzioni ed era uscita da uno dei settori decisivi e più promettenti della scienza moderna. Il danno è stato irreparabile. Il paese ha perduto prestigio e potere negoziale, è diventato, per le sue necessità energetiche, pericolosamente vulnerabile, non è più in grado di tenere il passo con la scienza e la tecnologia dei paesi più dinamici. Non basta. Gli argomenti che hanno giustificato queste scelte sono clamorosamente contraddetti dalla realtà. Il paese che ha rinunciato alle armi atomiche in nome della pace ospita basi nucleari straniere. Il paese che ha rinunciato al nucleare civile in nome della salute e dell’ambiente è stato esposto alle radiazioni di Cernobyl e importa energia elettrica prodotta da impianti nucleari a poche centinaia di chilometri dalle sue frontiere. La responsabilità, in ultima analisi, è di un sistema politico fragile, oscillante, più attento agli umori della pubblica opinione che agli interessi fondamentali del paese.

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Quell’ultima battaglia del sottomarino atomico
UN LIBECCIO umido soffiava a raffiche sul litorale pisano. La spiaggia era deserta. Nubi minacciose correvano verso l'interno accavallandosi nel cielo grigio di quella mattina di marzo. Due settimane all'inizio della primavera, ma sembrava pieno inverno.
Una strada rettilinea tagliava la fitta pineta. Il vento la infilava come un canale e correva dritto fino a sbattere sui volti inespressivi dei due carabinieri a guardia del cancello. La rete di recinzione era sormontata dal filo spinato. All'interno, tra pini secolari, sorgeva una piccola città di edifici a due o tre piani dalle linee pulite e razionali. Era il più grande centro di ricerca delle forze armate italiane. Sul piazzale dell'edificio della direzione erano parcheggiati ordinatamente quattro furgoncini verde militare e una Fiat 128 blu.
DALLA porta a vetri uscì un ufficiale, guardò distrattamente la sua auto, si sistemò la tesa del cappello fissando con occhi vuoti la fontana a pianta romboidale e, infine, s'incamminò lungo il viale alberato. Il vento spruzzava tutt'intorno l'acqua del getto, fino a bagnare la targa di bronzo affissa alla parete. Uno scudo medioevale con al centro un atomo stilizzato. Sulla corona la scritta: Camen, Centro applicazioni militari energia nucleare. L'élite delle forze armate, in quell'epoca cupa in cui l'apocalisse nucleare sembrava imminente e l'Italia si trovava sulla linea del fronte, tra Nato e Patto di Varsavia. In quel centro di ricerca il simulatore di onda d'urto, un cannone lungo dieci metri con una bocca di settanta centimetri, testava su mezzi e materiali gli effetti di un'eventuale esplosione nucleare. Uno spiazzo, detto poligono, era attrezzato per simulare il fall-out radioattivo sui carri armati. Il laboratorio di radiopatologia compiva esperimenti su cavie e primati per valutare gli effetti sanitari di una guerra nucleare. Ma i sogni, o forse gli incubi, degli uomini del Camen erano stati molto più ambiziosi.
Nell'archivio del comandante, presidiato da due carabinieri con l'ordine di perquisire chiunque entrasseo uscisse, erano conservati i disegni e gli schemi definitivi del missile balistico Alfa. Milleseicento chilometri di gittata, l'equivalente italiano del missile Polaris della Marina degli Stati Uniti. E non solo. In uno schedario chiuso con doppie chiavi e protetto da sigilli c'era la ragione stessa della fondazione di quel centro alla fine degli anni Cinquanta, oltre vent'anni prima: il progetto del sottomarino a propulsione nucleare S-521 "Guglielmo Marconi". Ottantatré metri di lunghezza, dieci metri di diametro, tremilaquattrocento tonnellate di dislocamento, sei tubi di lancio, dodicimila ore di autonomia in immersione.
L'arma definitiva di quella strana guerra, mai dichiarata, tra blocchi contrapposti iniziata trent'anni prima. Qualunque cosa potesse succedere alla madrepatria, un sommergibile in immersione, armato di missili balistici a testata nucleare, sarebbe stato invulnerabile e in grado di scatenare la più spaventosa rappresaglia. «La costruzione del sommergibile atomico resta l'obiettivo finale a cui tutti dobbiamo cooperare» aveva dichiarato nel settembre del 1963 il ministro della Difesa Giulio Andreotti alla Camera dei deputati.
E il primo passo verso un sommergibile nucleare è costruire un reattore. Uno piccolo e semplice, perché non deve certo illuminare una città.
Possibilmente a uranio altamente arricchito, lo stesso usato per la fabbricazione delle testate. Un Rts-1 della statunitense Babcok&Wilcox, ad esempio. Ufficialmente un reattore di ricerca, non un propulsore per sommergibili, ma con le caratteristiche giuste per diventarlo, un giorno. Un reattore civile e quindi esportabile in Italia nello spirito della Conferenza di Ginevra del 1955. Per questo nel 1958 il ministero della Difesa lo aveva fatto acquistare dal Comitato nazionale per le ricerche nucleari. E per questo fu costruito in pochi mesi in quella bella pineta sul litorale pisano.
Il tozzo cilindro dell'edificio di contenimento spuntava appena sopra le cime dei pini. Sul fianco svettava il camino, l'unica uscita dell'aria contenuta all'interno. Tra le nubi si aprì un varco e il sole fioco illuminò la facciata a mattoncini blu del basamento quadrato. La pioggerella discontinua minacciava tempesta e bagnava la tesa del cappello e i fregi sulle spalline dell'ufficiale che camminava solitario lungo il viale.
Era solo capitano di vascello, ma era il più alto in grado del centro. I suoi predecessori erano stati tutti generali o ammiragli. Il personale aveva afferrato immediatamente il senso di quell'avvicendamento e non l'aveva presa bene. Le guardie sotto la tettoia d'ingresso scattarono sull'attenti quando lo videro attraversare il piazzale. L'ufficiale, scuro in volto, passò senza degnarli.
All'interno si lasciò ispezionare con il contatore Geiger, le norme di sicurezza lo imponevano anche in entrata. Salì la scala metallica, attraversando i piani come i ponti di una nave fino al vestibolo del vano piscina. La porta si richiuse alle sue spalle e rimase per alcuni secondi nella camera di decompressione. Nelle orecchie sentì un lieve fastidio finché la porta successiva si aprì con un sibilo. La sala vasche gli ricordava la cupola di una cattedrale. Le pareti azzurre circolari, il tetto bombato e tutt'intorno il ballatoio del corridoio visitatori. Al centro la piscina. Ventidue metri di lunghezza e nove di profondità. Poteva contenere un palazzo di tre piani.
Una delle due estremità si allargava in una forma arrotondata e sopra poggiava immobile il carroponte. Sul corrimano un salvagente con la scritta "Galileo Galilei", come se fosse una nave e qualcuno potesse veramente cadere in acqua. L'ufficiale non ne aveva mai colto l'involontaria ironia.
Percorse il pavimento di linoleum rosso fino alla cabina di comando, una struttura di metallo e vetro che si affacciava sulla piscina. Il capoturno, in camice bianco, salutò l'ufficiale superiore. Avrà avuto meno di trent'anni. Capelli corti sulla nuca e scriminatura come tagliata con il bisturi.
«Siamo pronti» fece il giovane uomo.
Due pareti erano coperte di strumentazione. Quadranti a lancette, spie luminose, pulsanti, interruttori, manopole.
Alla consolle di comando era seduto un tecnico. Un altro fissava un rullo di carta che scorreva dietro un vetro. Il pennino tracciava una riga nera rettilinea. «Procedete pure» ordinò l'ufficiale con voce un po' troppo squillante per risultare autoritaria. Nel vano piscine si accese un lampeggiante. Il tecnico alla consolle azionò un interruttore. Una lancetta cominciò a ruotare lentamente. Il pennino sul rullo si mosse.
«Stiamo estraendo le barre di controllo» spiegò il capoturno, pentendosi subito di aver aperto bocca e di aver usato quel tono. Non si spiega a un superiore, tutt'al più si informa. Ma il tecnico sapeva bene perché avevano mandato lì quell'ufficiale, un militare di carriera senza nessuna competenza in campo nucleare.
Il capitano di vascello si avvicinò al vetro che dava sulla piscina. Tutta quella tecnologia lo metteva in soggezione.
Lui preferiva il mare, per questo era diventato ufficiale di marina. Sul pelo dell'acqua vide alzarsi le barre. Una spia luminosa sulla consolle si rifletté sul vetro.
«Reattore critico» dichiarò il tecnico che fissava il rullo. La voce tradiva una nota di emozione. Era iniziata la fissione dell'uranio contenuto nelle barre di combustibile dentro la piscina. Una luminescenza azzurrognola rischiarava l'acqua. L'effetto Cherenkov. Una luce che esiste solo dentro un reattore nucleare. Poche persone al mondo l'hanno vista, perché pochissimi sono i reattori a piscina aperta come l'Rts-1.
Ma l'ufficiale non condivideva l'entusiasmo dei suoi tecnici per quella visione. In fondo, per lui, era solo una luce blu.
«Duecento chilowatt in crescita» avvertì il tecnico alla consolle mentre muoveva rapido manopole e interruttori.
Sudava. Il pennino sul rullo sobbalzava. Sulla parete dietro si accesero le luci delle pompe. L'altro tecnico ruotò un paio di interruttori. L'acqua scaldata dalla fissione veniva ora estratta e portata allo scambiatore a fasci tubieri all'esterno dell'edificio.
"Cinque megawatt» dichiarò infine il tecnico. Era la massima potenza. Un rombo sordo proveniva dalla stessa struttura dell'edificio, come se una forza primordiale nelle viscere della Terra lo scuotesse.
Dallo scambiatore a un centinaio di metri dalla cupola si alzava una nube di vapore, quasi indistinguibile dal cielo plumbeo che la sovrastava.
Per ventiquattro lunghi minuti il reattore ruggì come una bestia ferita.
«Giù le barre!» ordinò infine il capoturno, con lo stesso tono con cui avrebbe ordinato di fare fuoco a un plotone di esecuzione. Aveva gli occhi bagnati di lacrime.
«Spento» fece il tecnico alla console dopo pochi secondi.
L'orologio a muro segnava le undici e nove minuti. Era il 7 marzo 1980. L'ultima accensione del reattore. La missione del tenente di vascello era chiudere le attività del centro.
Nessun'altra sperimentazione, nessun ulteriore studio o sviluppo. L'Italia aveva firmato il trattato di non proliferazione. Si era impegnata a cessare ogni ricerca nucleare in campo militare. Non ci sarebbe stato più alcun missile balistico italiano, tanto meno un sommergibile nucleare. In caso di conflitto l'Italia sarebbe stata solo un campo di battaglia.
MASSIMILIANO PIERACCINI Repubblica 24 luglio 2011

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missile Alfa







da L'atomica Italiana

Il servizio segreto militare, che vanta una storia centenaria, fu quasi sempre all'altezza dei suoi compiti, riuscendo a scoprire non poche volte le spie sovietiche in Italia. Il SID (questo il suo nome nei primi anni '70) aveva scoperto che Tito, dopo aver firmato e ratificato il TNP, proseguiva indisturbato, sia pure in maniera più discreta, il suo programma di svilluppo nucleare militare. L'Italia reagì insabbiando in parlamento la ratifica del TNP, e rilanciando in grande stile sul piano militare. Il tutto, ovviamente, tenendo lontano l'occhio indiscreto dei mass-media.

Nel 1971 nasce quindi il progetto ALFA. Esso si proponeva la realizzazione di un grosso missile balistico dalle prestazioni paragonabili a quelle dei Polaris, che una decina d'anni prima gli USA si erano rifiutati di venderci. La portata di tale missile era di circa 1.600 Km. Questo vuol dire che ponendo una nave equipaggiata con tali ordigni nell'Adriatico, bastava premere un bottone per colpire la capitale di qualunque paese (URSS esclusa) dell'est Europa!

Lo sviluppo di tale missile proseguì a gonfie vele e si giunse alla sperimentazione finale nella metà degli anni '70. Tre i lanci di prova, tutti ovviamente con carica inerte nella testata, e tre furono i successi! A questo punto, una volta in possesso di armi nucleari, a parte l'URSS nessun paese avrebbe potuto minacciarci.

Ovviamente a questo punto si fecero molto forti le pressioni internazionali affinchè l'Italia abbandonasse lo sviluppo di tali armamenti, e per l'URSS fu relativamente facile convincere Tito che la prosecuzione del suo programma nucleare sarebbe stato controproducente per la Jugoslavia, perchè avrebbe determinato la nascita in Italia di un ben più temibile armamento.

Nel 1975 finalmente il nostro parlamento ratificò il TNP, ed il programma di ricerca sul nucleare militare si fermò. Anche lo sviluppo del missile Alfa fu abbandonato, non prima, però, di aver affettuato i sopracitati lanci di prova, rispettivamente tra la fine del 1975 e l'inizio del 1976, quasi a voler far capire alla Jugoslavia che l'arma era pronta ed in caso di necessità bisognava solo costruirla in grande serie e riprendere il programma di ricerca nucleare.




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Alfa - Quale Missile Balistico Per La Mm?

modello Museo tecnico Navale La Spezia ultima sala del pian terreno
la targhetta recita: «Modello di missile balistico sperimentale su di un carrello con sistema di sollevamento a due stadi. Studiato e realizzato negli anni 1961-1963 dal gruppo speciale della Marina Militare italiana»



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un missile della Marina in un aeroporto dell'AMI




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Il CAMEN
Amerigo Vaglini
Il nucleare a Pisa

Quaderno di memorie storiche sul CAMEN 1955-1985 
Edizioni ETS, Pisa 2009
Pochi
conoscono l'attività che per oltre un ventennio si è svolta nella pineta di S. Piero a Grado quando, dall'idea di un gruppo di insigni fisici che operavano all'interno delle strutture didattiche dell'Accademia Navale, prese corpo un impianto nucleare di ricerca che, in epoca da considerarsi ancora pionieristica, ha fatto di Pisa un centro all'avanguardia per lo studio dell'energia nucleare. Il reattore sperimentale RTS-1 Galileo Galilei ha operato per circa un ventennio, grazie all'entusiasmo e alla professionalità del personale che vi è stato destinato e di cui il libro costituisce una doverosa memoria e un riconoscimento per l'importante lavoro svolto.




Quando a San Piero a Grado c’era un reattore... Breve storia del nucleare pisano 
di Amerigo Vaglini
pdf




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CENTRALI ELETTRONUCLEARI NEL MONDO

giovedì 14 maggio 2009

1927 – RN Giuseppe Miraglia














RN Giuseppe Miraglia

tipo
Nave appoggio idrovolanti
cantiere
Regio Arsenale della Spezia
impostazione
5 marzo 1921
varo
20 dicembre 1923
entrata in servizio
1 novembre 1927
radiazione
15 luglio 1950
destino finale
smantellata nel 1950
caratteristiche generali dislocamento
scarico: 4.507 t
normale: 5.400 t
pieno carico: 5.913 t
lunghezza
121,22 m
larghezza
14,99 m
pescaggio
5,82 m
ponte di volo
lunghezza 211,6 m per 25,2 m
altezza sul mare: 23 metri
propulsione
8 caldaie Yarrow a tubi d'acqua, 2 gruppi di turbine a vapore con riduttore tipo Parsons, 2 eliche a tre pale, Potenza: 16.700 CV
velocità
21 nodi
equipaggio
16 ufficiali
40 sottufficiali
240 sottocapi e comuni
equipaggiamento armamento
artiglieria:
4 pezzi da 102/35 mm.
12 mitragliere da 13,2 mm.
2 catapulte "Gagnotto" a prora e poppa
2 aviorimesse per 6 e 5 aerei ad ali ripiegate (tot. 11 idrovolanti)
2 depositi per 3 aerei smontati ciascuno
totale aerei: 17 idrovolanti Macchi M.18AR DEL 1930
corazzatura
70 mm (verticale)
80 mm (orizzontaleorr)
mezzi aerei
17 idrovolanti IMAM Ro.43
(fonte)
La nave appoggio idrovolanti Giuseppe Miraglia venne costruita come nave trasporto per le Ferrovie dello Stato con il nome di Città di Messina, ma dopo essere stata varata il 20 dicembre 1923 venne invece deciso di incorporarla nella Regia Marina per fornire supporto logistico agli idrovolanti in dotazione alle navi da battaglia ed agli incrociatori. Il suo compito era quello di nave officina per l'assistenza e riparazione degli aerei e nel contempo per trasportarli nelle squadre navali.
I lavori di trasformazione iniziarono il 24 gennaio 1925. L'unità era dotata di due hangar, uno a poppa che poteva contenere sei idrovolanti Macchi M.18AR ad ali ripiegabili ed uno a prua che poteva ricevere cinque velivoli dello stesso tipo. Compresi quelli in coperta, la nave poteva trasportarne, a seconda dei modelli, circa venti aerei, per il cui lancio erano state installate due catapulte ed era anche in grado di posare in mare e recuperare gli idrovolanti. Per la posa in mare dei velivoli vi era installata, in corrispondenza della mezzeria di ogni apertura laterale, sotto il cielo dell’hangar, una rotaia, sostenuta da una gru a bandiera che si prolungava per nove metri fuoribordo, mentre per il recupero degli idrovolanti quando la nave era in navigazione veniva utilizzato un telone, che sarebbe stato rimosso nel 1937 in seguito all'entrata in servizio degli idrovolanti IMAM Ro.43. La nave venne usata anche per il trasporto di personale e per quello di materiali. Dopo essere stata utilizzata durante la guerra d'Etiopia per il trasporto velivoli per l’Africa Orientale, venne successivamente impiegata durante la guerra civile spagnola.
Durante il secondo conflitto mondiale dopo essere uscita illesa dalla notte di Taranto venne impiegata nel Mediterraneo.
In seguito alle vicende armistiziali da Venezia si consegnò agli alleati con il resto della flotta a Malta, dove venne impiegata come base appoggio per i sommergibilisti italiani, per essere poi utilizzata, al termine del conflitto, per il rimpatrio dei prigionieri italiani ed ormeggiata a Taranto, dove sarebbe stata utilizzata, ancora come nave-caserma per gli equipaggi di motosiluranti e come nave-officina, prima di essere disarmata e definitivamente radiata il 15 luglio 1950.
(fonte)















In precedenza nella Regia Marina lo stesso ruolo era stato svolto prima in maniera molto limitata dall'incrociatore protetto Elba adattato a nave appoggio, e sopratutto dalla nave Europa, che costruita nei cantieri di Glasgow, nel 1895, ed in servizio come mercantile con il nome di Quarto, venne acquistata dalla Regia Marina ed adattata in nave appoggio idrovolanti nel 1915. La nave, lunga 123,2m, larga 14,1m e con un pescaggio di 6m, aveva un apparato motore dalla potenza di 3000HP che permetteva una velocità di 12 nodi ed aveva una stazza di 8800 tonnellate. Dopo i lavori di trasformazione effettuati presso l'Arsenale di La Spezia venne armata con due cannoni da 76mm e poteva ospitare otto velivoli. Al termine della prima guerra mondiale venne messa in disarmo e radiata nel 1920.
(fonte)

RN Elba

L'incrociatore corazzato Elba fu un'unità della Regia Marina che ha operato dagli ultimi anni dell'ottocento agli inizi degli anni venti partecipando al primo conflitto mondiale. La nave progettata dall'Ingegnere Edoardo Masdea faceva parte della Classe Regioni con le unità gemelle Calabria, Lombardia, Umbria, Etruria, Liguria e Puglia.
Le navi di questa classe in origine vennero dotate di due alberi velici, trasformati in alberi militari attorno al 1905. Inizialmente queste unità ebbero poco successo avendo una protezione carente ed essendo poco veloci, tuttavia in condizioni di tempo difficili e con mare grosso dimostrarono le loro qualità con una buona stabilità, che favoriva la precisione nei tiri d'artiglieria, la galleggiabilità e l'ottima manovrabilità con tutti i tempi. Il loro armamento venne più volte modificato nel 1905, nel 1914 e nel 1915.
L'incrociatore Elba venne costruito nellArsenale di Castellammare di Stabia dove il suo scafo venne impostato sugli scali il 22 settembre 1890. Classificato Ariete Torpediniera al momento del varo , avvenuto il 12 agosto 1893 venne classificato incrociatore protetto e dopo essere stato completato nel 1894 entrò in servizio il 27 febbraio 1896.
Agli inizi del novecento partecipò alla spedizione in Cina nell'ambito della Forza Multinazionale che si era formata in seguito alla rivolta dei Boxer. Prese poi parte ai primi esperimenti di aviazione navale e dopo essere stato trasformato in posamine nel periodo 1914-15, nell'imminenza del primo conflitto mondiale venne trasformato in appoggio idrovolanti, con la rimozione dell’intero armamento principale e la costruzione di ricoveri, per alloggiare 3/4 idrovolanti del tipo Curtiss "Flying Boat", da calare in mare per il decollo e recuperare al termine del volo tramite dei verricelli. Nel giugno del 1913, con Decreto Ministeriale era stato infatti costituito ufficialmente il "Servizio Aeronautico della Regia Marina" e il successivo 20 luglio era stato nominato Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, l'ammiraglio Paolo Thaon di Revel, sostenitore dell'Aviazione Navale, che diede un notevole impulso allo sviluppo e al potenziamento del settore. Nell'imminenza del conflitto, con il mezzo aereo ritenuto indispensabile per una più completa condotta delle operazioni in mare venne a profilarsi l'esigenza di disporre di unità navali appositamente attrezzate al fine di usufruire al meglio delle potenzialità dei velivoli e per questo motivo la Regia Marina decise di trasformare l'"Elba" in nave appoggio idrovolanti. A questa unità ne venne affiancata un'altra, la nave mercantile Quarto, che venne acquistata della Regia Marina e ribattezzata Europa, i cui lavori di trasformazione vennero realizzati in pochi mesi all'Arsenale di La Spezia.
Al termine del conflitto l'incrociatore "Elba" venne ritirato dal servizio e radiato il 15 maggio 1921 per essere poi venduto per demolizione il 22 marzo 1923.
(fonte)

RN Europa

La prima unità italiana classificabile in qualche modo nella categoria delle portaerei era entrata in servizio già durante la prima guerra mondiale: si trattava della nave appoggio idrovolanti Europa, frutto della conversione di una preesistente nave mercantile, la nave Quarto, acquistata da un armatore tedesco nel 1915, per dotare la Regia di una unità in grado di assicurare alla flotta una maggiore profondità e rapidità di esplorazione, data appunto dagli idrovolanti, rispetto a quello che poteva fare una qualunque unità navale. Si trattava della conversione di un mercantile realizzata mediante due strutture a prora ed a poppa che fungevano da aviorimesse per un numero massimo di otto idrovolanti; la nave era però sprovvista di attrezzature per il lancio degli aerei, che dovevano quindi essere posati in acqua per poter decollare. La denominazione ufficiale dell'unità era quella di "Nave trasporto idrovolanti e appoggio sommergibili". (fonte)

Una nave appoggio idrovolanti è una nave dotata di installazioni per operare idrovolanti. Questo tipo di navi furono il primo tipo di portaerei utilizzato e fecero la loro comparsa poco prima dell'inizio della prima guerra mondiale. La prima nave appoggio idrovolanti fu la Le Foudre della Marina Francese nel 1911, successivamente all'invenzione dell'idrovolante nel 1910 (il francese Le Canard). Le Foudre trasportava gli idrovolanti in un hangar sul ponte principale dal quale venivano calati in acqua con una gru. Venne ulteriormente modificata nel novembre 1913 con un ponte piatto da 10 metri per lanciare i suoi propri idrovolanti. (fonte)

martedì 28 aprile 2009

1941 – RN Aquila



RN Aquila
La Aquila fu una portaerei della Regia Marina durante la seconda guerra mondiale, ottenuta riutilizzando e modificando lo scafo del transatlantico Roma. È stata la prima portaerei italiana dotata di ponte di volo ad essere stata costruita, ma non entrò mai in servizio attivo.
Nonostante il governo fascista avesse sempre osteggiato la costruzione di portaerei, in seguito al disastro di Gaudo e Matapan (dove la marina italiana perse in un sol colpo tre incrociatori pesanti) che rese chiaro l'apporto significativo che un uso coordinato dell'aeronautica poteva dare, venne deciso urgentemente di dotare di una portaerei la Regia Marina.
Tra i possibili candidati alla trasformazione in portaerei venne scelto il transatlantico Roma, in quanto pur essendo una nave relativamente recente (aveva 15 anni di età) abbisognava di lavori di restaurazione e dell'installazione di un nuovo impianto motore e sarebbe stata quindi ceduta abbastanza facilmente dalla società armatrice.
La trasformazione del transatlantico "Roma" in portaerei venne ordinata nel luglio del 1941.
Il progetto originario di modifica, sviluppato dal generale del Genio navale Gustavo Bozzoni, non ebbe seguito in quanto presentava un grosso limite operativo che consisteva nel fatto che gli aerei, una volta lanciati, non sarebbero stati recuperati, vista la difficoltà della manovra di atterraggio ed il lungo addestramento necessario ai piloti per effettuarla.
La realizzazione finale ha visto la protezione passiva realizzata mediante 18 paratie stagne, di cui 11 doppie, da controcarene esterne e da doppifondi riempiti di calcestruzzo armato sino alla linea di galleggiamento. L'applicazione di controcarene avrebbe permesso alla nave sia di raggiungere velocità elevate sia di migliorare la protezione subacquea nei confronti dei siluri. Le contromisure passive videro anche una corazzatura ai depositi di carburante e di munizioni, mentre il riempimento delle controcarene con uno spessore di cemento armato, previsto anche nel progetto Bozzoni e che aveva dato ottime prestazioni alle prove di scoppio in vasca, richiedeva poco acciaio per la sua realizzazione rispetto ad una corazzatura classica. Lo scafo, controcarene comprese, venne allungato di circa 5 metri.
L'apparato motore fu realizzato utilizzando 2 apparati originariamente destinati a incrociatori leggeri della classe Capitani Romani, diventati disponibili dopo la cancellazione della costruzione di quattro delle dodici previste, con 8 caldaie e 4 turbine. La potenza di ciascuno dei gruppi caldaie/turbina venne limitata da 50.000 a 37.500 CV, per un totale di circa 150.000 CV, consentendo alla nave di raggiungere una velocità massima di circa 30 nodi.
Il ponte di volo, continuo da prora a poppa e sostenuto da apposite strutture, aveva una voluminosa isola a più piani sul lato di dritta, a circa metà nave, con la plancia di comando e numerose piazzole per le armi antiaeree. Ai lati dello scafo erano presenti simili piazzole per l'armamento antisilurante.
L'Aquila era equipaggiata con due catapulte Demag ad aria compressa di produzione tedesca e con due elevatori. L'hangar era divisibile in 4 sezioni da paratie tagliafuoco. Avrebbe potuto imbarcare 51 aerei da caccia tipo Reggiane Re.2001 di cui 10 sul ponte di volo, 26 nell'hangar e i rimanenti sospesi al cielo dell'hangar stesso (espediente ingegnoso inventato per poter aumentare la capacità di carico della nave). Era stata prevista anche la costruzione di una versione del Re.2001 ad ali ripiegabili che avrebbe potuto portare a 66 caccia la capacità di imbarco.
L'armamento, destinato principalmente alla difesa contraerea, era costituito da cannoni singoli (8 pezzi da 135/45 mm e dodici da 65/44 mm) installati a prua, poppa e su mensole ai lati dei ponti di volo e da 22 impianti sestupli di mitragliere da 20/65mm installati ai lati del ponte di volo e davanti e dietro l'isola.
Pur essendo stata danneggiata nel novembre 1942, mentre era ancora in allestimento, alla data dell'armistizio dell'8 settembre 1943, la nave era già completata al 90%, praticamente pronta per i collaudi e le prove in mare ed aveva già effettuato le prime prove statiche dell'apparato motore, ma non fece in tempo ad entrare in servizio attivo. Il 9 settembre venne sabotata ed abbandonata dall'equipaggio, e cadde nelle mani dei tedeschi che se ne impadronirono affidandola alle autorità della Repubblica Sociale Italiana, che ne tentarono il completamento, senza successo, a causa dei continui bombardamenti alleati, come quello nel porto di Genova del 16 giugno 1944 in cui la nave subì gravi danni. I tedeschi cominciarono un parziale smantellamento per riciclarne il ferro ed infine il 19 aprile 1945 la nave venne attaccata da mezzi d'assalto subacquei italiani di Mariassalto facenti parte delle forze cobelligeranti italiane del Regno del Sud, per impedire che i tedeschi ne utilizzassero il grosso scafo per affondarla e bloccare l'imboccatura del porto di Genova. Alla fine della guerra venne ritrovata ancora a galla, semisommersa il 24 aprile 1945 e posta a metà del porto in un estremo tentativo di bloccare il passaggio fra il bacino della Lanterna e gli scali occidentali. Rimorchiata dagli inglesi alla Calata Bettolo, vi rimase qualche anno, finché non fu rimorchiata nel 1949 a La Spezia, dove venne demolita nel 1952.
(fonte)



RN Sparviero
Nel 1936 fu approntato un progetto per trasformare in portaerei ausiliaria la motonave passeggeri Augustus di 30.418 tonnellate di stazza. L'idea fu abbandonata e poi ripresa nel 1942.
L'Augustus era stata fino al 1936, la più grande motonave del mondo. All'epoca nessuna motonave aveva una potenza di 28000 Cv che l'Augustus, raggiungeva grazie ai 4 motori Diesel Savoja M.A.N. a 2 tempi doppio effetto.
Ribattezzata "Falco" e poi "Sparviero", la nave passeggeri Augustus avrebbe dovuto subire grosse modifiche con la totale demolizione della sovrastruttura, l'installazione delle controcarene e la costruzione del ponte di volo.
Dalla trasformazione della notonave "Augustus" sarebbe dovuto scaturire una portaerei di scorta. La portaerei avrebbe dovuto essere dotata di un solo hangar con 2 ascensori e chiuso al di sopra con un ponte di volo che terminava 45 metri prima della prora. La dotazione aerea sarebbe stata di 34 caccia oppure di 16 caccia più 9 bombardieri/siluranti.
L'apparato motore sarebbe rimasto quello originale, in grado di spingere l'unità ad una velocità di circa 20 nodi, mentre lo scafo sarebbe stato con un ponte di volo senza isola.
I lavori di trasformazione iniziarono nel settembre del 1942 nei Cantieri Ansaldo di Genova.
Lo scafo all'armistizio verrà catturato dai tedeschi e fatto affondare per bloccare l'accesso al porto di Genova.
Il relitto verrà recuperato nel dopoguerra e poi demolito nel 1951.
(fonte)

Le portaerei italiane dalla I alla II guerra mondiale
L'esperienza della Prima Guerra Mondiale, tuttavia, non fu determinante nel convincere gli alti gradi della Regia Marina della utilità e convenienza di inserire una o più portaerei nella composizione della flotta. Su questa impostazione, che si sarebbe trascinata fino alla seconda guerra mondiale, influirono svariati fattori:
l'esperienza bellica italiana, dal punto di vista navale, era limitata sostanzialmente al mare Adriatico che, con le sue distanze molto ridotte, non faceva sentire più di tanto la necessità di unità navali del tipo portaerei;
la costituzione, nel 1922, della Regia Aeronautica come arma autonoma, effettuata dal regime fascista, non aiutò sicuramente ad affrontare serenamente il problema, anche perché col tempo si sviluppò un'accesa rivalità fra le due armi che andò pesantemente ad influire sul discorso aviazione navale, dove invece sarebbe stata necessaria una fattiva e profonda collaborazione;
la sostanziale contrarietà, manifestata dal regime, verso la costruzione di unità portaerei (nonostante il fiorire di studi e progetti, che vedremo in seguito) dovuta da un lato alla simpatia manifestata dal regime stesso verso l'aeronautica, arma "fascista" per eccellenza, a discapito della marina; dall'altro ad una considerazione di tipo teorico, e cioè che la conformazione geografica dell'Italia ne faceva una sorta di "portaerei naturale" protesa al centro del Mediterraneo, il che rendeva inutile la costruzione di unità navali del tipo portaerei.
Quest'ultima considerazione merita qualche approfondimento perché, a determinate condizioni, poteva anche essere accettata. La posizione geografica della penisola italiana è effettivamente molto centrale nel Mediterraneo e tale da permetterle di controllare questo mare e, se necessario, tagliarlo in due. Ciò in quanto dagli aeroporti della Sardegna e della Sicilia si controllano agevolmente le aree limitrofe del Mediterraneo Occidentale ed i relativi accessi al Canale di Sicilia, che è la strozzatura che divide in due il Mediterraneo; lo stesso discorso può essere fatto, relativamente alla parte orientale del bacino con gli aeroporti della Puglia e, ancora, della Sicilia. Se si considera la presenza delle colonie italiane del Dodecanneso, che contribuivano pesantemente al controllo ed al dominio dell'area del mare Egeo, si può constatare che questa affermazione era tutt'altro che campata per aria, almeno dal punto di vista geografico.
Il discorso naturalmente, fatto così, è un discorso fatto solo per metà: infatti per poter mettere in pratica questo enunciato era necessario che fosse soddisfatta una serie di prerequisiti che, come vedremo, era ben lungi dall'essere tale allo scoppio del conflitto. Anzitutto era necessario disporre di aerei di caratteristiche tecniche adeguate alle operazioni sul mare: si tratta di lunghe missioni di ricognizione, pattugliamento, caccia antisommergibili, oltre a quelle "classiche" di attacco aeronavale. Questo voleva dire sostanzialmente la realizzazione di bombardieri, aerosiluranti, ricognitori a grande autonomia, idrovolanti con adeguate caratteristiche di autonomia e armamento (difensivo soprattutto, ma non solo), aerei da caccia in grado di svolgere lunghe missioni di scorta sul mare. In sostanza si trattava di realizzare una serie di velivoli in cui una caratteristica fondamentale risaltava sulle altre: il raggio d'azione che doveva essere il più esteso possibile, per allargare al massimo l'area controllabile. Tutto questo non fu fatto e ci si limitò ad adattare all'impiego sul mare i migliori aerei disponibili al momento (il che non vuol dire che questi adattamenti non fossero soddisfacenti; si veda l'SM-79 utilizzato come aerosilurante, ma sempre di adattamenti si trattava).
Altro requisito indispensabile era la costituzione di un comando interforze fra Marina ed Aeronautica che consentisse, tramite la definizione di procedure operative e sistemi di comunicazione comuni, un rapido passaggio di informazioni e di ordini, tale per cui non passasse, ad esempio, troppo tempo (e qualche ora potrebbe già essere troppo tempo, in determinate situazioni) fra una richiesta di supporto aereo inviata dal Comandante in mare e l'arrivo sul posto dei reparti aerei inviati in aiuto. Questo avrebbe permesso agli aerei, entro certi limiti dati dalla distanza della flotta dalle basi aeree e dalla velocità degli aerei stessi, di intervenire tempestivamente ed efficacemente ogni volta che ci fosse stata una richiesta da parte della flotta. Anche questo aspetto venne completamente trascurato: qualunque cosa in grado di volare divenne di fatto competenza esclusiva della Regia Aeronautica, con l'unica eccezione degli idroricognitori IMAM Ro-43 imbarcati su corazzate e incrociatori (il cui equipaggio era comunque misto, composto com'era da pilota dell'Aeronautica ed osservatore della Marina): naturalmente questi piccoli aerei, idrovolanti monomotori biposto, lenti, pressoché indifesi e con un'autonomia inadeguata ad una ricognizione di tipo "strategico" non potevano assolutamente sostituire un'aviazione navale ben addestrata e coordinata con la flotta, men che meno la presenza nella flotta stessa di una o più portaerei. Le conseguenze si sarebbero viste già alla battaglia di Punta Stilo dove il centinaio di bombardieri inviati sul luogo della battaglia arrivarono in forte ritardo ed alcuni di loro attaccarono addirittura le navi italiane (errore peraltro giustificato dall'intenso fuoco di sbarramento antiaereo sviluppato dalle navi, che comunque non ebbe effetto alcuno).
Per finire tutto ciò non doveva consistere in qualche squadriglia di aerei dislocati qua e la; doveva essere costituita una robusta squadra aerea, presumibilmente con alcune centinaia di apparecchi dei vari tipi, di modo da poter essere distribuita sui vari scacchieri d'impiego con forze comunque adeguate ad un impiego di massa.
Alla resa dei conti, nulla di tutto ciò fu fatto: la marina dovette arrangiarsi senza le portaerei e senza una squadra aerea addestrata a sua disposizione. Si vide infatti, durante tutto il conflitto, che le occasioni in cui il coordinamento fra forze navali ed aeree funzionò decentemente bene si potevano contare sulle dita di una mano. Ma torniamo alle portaerei.
Nonostante la evidente contrarietà del regime alla costruzione di portaerei, la marina fu prodiga di studi e progetti per tutto il periodo antecedente il conflitto; in particolare ne furono prodotti tre che meritano un cenno per la completezza dello studio effettuato: questi progetti furono preparati nel 1925 (progetto Rota), nel 1928 e nel 1932, quest'ultimo riproposto, con poche varianti, nel 1936.
In realtà già nel 1921 il Tenente di Vascello G. Fioravanzo aveva presentato il progetto di una unità ibrida, da lui chiamata "incrociatore antiaereo" e che nasceva dall'idea di riunire su una sola piattaforma navale una potente batteria di cannoni contraerei ed una squadriglia di aerei da caccia. La nave, di dimensioni grosso modo simili a quelle dell'inglese Hermes, doveva dislocare 11.000 tonnellate, filare a 30 nodi di velocità ed essere armata con 18 cannoni da 102 (oppure 16 da 120); il gruppo aereo imbarcato doveva essere composto da sedici caccia.
Il primo progetto, del 1925, prevedeva un'unità "ibrida" da circa 12.500 tonnellate, a metà fra un incrociatore ed una portaerei: infatti il ponte di volo, pur a tutta larghezza, non si estendeva per tutta la lunghezza della nave, ma si interrompeva prima delle estremità, per consentire l'installazione a prora e poppa estrema di due torri quadruple da 203 mm., che avrebbero dotato la nave di un efficace armamento antinave, completato da sei cannoni da 100, sistemati su mensole laterali al ponte di volo, e da due impianti sestupli da 40, dislocati a prua ed a poppa. La poppa era conformata a scivolo per consentire la messa in mare ed il recupero degli idrovolanti da ricognizione di cui la nave era dotata. Al centro del ponte di volo si trovavano la torre di direzione del tiro, tre fumaioli e l'albero; questi erano però retrattili all'interno del ponte di volo per poter liberare completamente lo spazio di decollo ed atterraggio per gli aerei imbarcati. A fumaioli retratti lo scarico dei fumi sarebbe avvenuto tramite un condotto laterale.
Nel 1928 il progetto venne aggiornato prevedendo un'unità di circa 15.000 tonnellate (il che avrebbe consentito di sfruttare al meglio le 60.000 tonnellate di portaerei concesse all'Italia dal trattato di Washington), con velocità ed autonomia circa equivalenti a quelle delle unità maggiori (corazzate ed incrociatori) dell'epoca, armamento composto da sei torri binate da 152 e di otto, sempre binate, da 100 per la difesa antiaerea. Per la protezione, quella orizzontale sarebbe dovuta essere pari a quella degli incrociatori della classe Trento, mentre per quella verticale si prevedevano lamiere rinforzate in corrispondenza dei punti vitali della nave (apparato motore, depositi munizioni e benzina). Era previsto l'imbarco di circa 40 aerei: 18 caccia, 12 ricognitori e 6/12 aerei d'attacco. Ma, come ricorda un documento dell'epoca, "…la necessità di questo tipo (di nave, N.d.A.) non è stata ancora riconosciuta da S.E. il Ministro…".
Il progetto del 1932 prevedeva invece un'unità di tipo più convenzionale, da 15/16.000 tonnellate, dotata di ponte di volo continuo, "isola" sulla dritta spostata verso prora, armamento più consono ad una portaerei, e costituito da 4 cannoni da 152 e 7 da 102, ed un gruppo imbarcato di 40/45 aerei. Il progetto del 1936 rappresentava un ulteriore perfezionamento del precedente. Il dislocamento si aggirava sulle 15.000 tonnellate, l'armamento era costituito da due torrette trinate da 152 sistemate davanti e dietro l'isola, e da un congruo numero di cannoni antiaerei da 90, tutti in torrette singole disposte lungo il ponte di volo. Gli aerei erano in numero di 42: 24 da caccia e 18 da attacco/ricognizione, serviti da due o tre catapulte di lancio. Era prevista una leggera protezione verticale di 60 millimetri in corrispondenza delle parti vitali a centro nave e, se possibile, anche a prua; non era prevista alcuna protezione orizzontale, impossibile da realizzare con limiti di dislocamento così stretti. Era invece previsto un esteso sistema di protezione subacquea, costituito da un insieme di paratie distanziate di tre metri l'una dall'altra e racchiudenti al loro interno una sorta di secondo scafo che sarebbe dovuto rimanere indenne da eventuali danni. L'apparato motore sviluppava l'elevatissima potenza di 160.000 cavalli per una velocità massima di 38 (!) nodi, velocità che si era ritenuto necessario conferire alla nave per una efficace operatività; tuttavia da più parti venne fatto osservare che se ci si fosse "accontentati" di soli 32 nodi di velocità massima, si sarebbe potuta pressoché dimezzare la potenza dell'apparato motore, con sensibili vantaggi per la sua durata, per l'autonomia, e per lo spazio disponibile per le strutture aeronautiche: hangar, officine, depositi di munizioni e carburante, con positivi influssi sull'autonomia operativa della nave stessa. Oltretutto, in questo caso si sarebbe potuto fare ricorso ad un apparato motore diesel, con i ben noti vantaggi in termini di consumi, affidabilità e durata. Comunque, nonostante il fiorire di progetti e i pareri favorevoli di autorevoli personalità, della Marina e non, nessuno di questi progetti riuscì a materializzarsi e la Regia Marina arrivò al 10 Giugno 1940 senza portaerei e (praticamente) senza aviazione navale.
In questa situazione tutti i nodi vennero subito al pettine e già durante la battaglia di Punta Stilo si poté constatare cosa significasse dover richiedere l'appoggio aereo di reparti basati a terra senza che fosse stato definito uno straccio di procedura di comando e controllo comune. Se questo non fosse stato sufficiente, lo scontro di Gaudo e di Capo Matapan si incaricò di sgombrare definitivamente il campo da qualunque possibile dubbio sull'utilità di una portaerei in mare assieme alla squadra da battaglia.
La distruzione di tre incrociatori pesanti e della loro scorta da parte della Mediterranean Fleet fu possibile grazie alla presenza del radar sulle unità inglesi (e anche su questo aspetto tanto ci sarebbe da dire) e grazie alla puntuale e capillare ricognizione inglese che mantenne sempre l'ammiraglio Cunningham informato sulla posizione e situazione della flotta italiana. La presenza della portaerei Formidable, inoltre, consentì di lanciare quell'attacco di aerosiluranti (la sera del 28 marzo) che immobilizzò il Pola e che tante nefaste conseguenze avrebbe provocato.
Dopo quella giornata disgraziata non ci fu più nessuna esitazione: la Regia Marina doveva avere le portaerei! In luglio fu quindi dato ordine di provvedere alla conversione in portaerei (una portaerei di squadra) del transatlantico Roma, prescelto fra i possibili candidati in virtù di una serie di considerazioni che lo rendevano più adatto di altre navi alla conversione. Innanzitutto era una nave non vecchissima (aveva circa quindici anni) ma comunque bisognosa di lavori per poter rimanere competitiva nel suo settore; di conseguenza la società armatrice non avrebbe avuto grosse difficoltà a cederla per la trasformazione. Inoltre molte delle sue strutture interne dovevano essere rinnovate; tanto valeva quindi farlo in vista della trasformazione; infine il suo apparato motore non era più adeguato a necessitava anch'esso di importanti lavori. D'altra parte lo scafo era spazioso e robusto e avrebbe consentito di ricavare tutti i locali necessari all'operatività di una moderna portaerei.
I lavori di conversione cominciarono immediatamente. Lo scafo venne modificato nella parte immersa, con l'applicazione di controcarene, per minimizzare l'onda di prua e consentire un miglior scorrimento dell'acqua intorno allo scafo; venne anche allargato di circa 5 metri (comprese le controcarene). Le sistemazioni interne furono completamente riviste per ricavare innanzitutto l'aviorimessa, capace di contenere circa 30/40 aerei, le officine e tutti i locali di servizio necessari per l'operatività degli aerei imbarcati.
L'apparato motore (originariamente con quattro turbine Parsons, che consentiva una velocità massima di circa 21,5 nodi) fu completamente sostituito: al suo posto vennero imbarcati quattro gruppi turboriduttori in origine progettati per gli incrociatori leggeri della classe "Capitani Romani", che si erano resi disponibili dopo la cancellazione di quattro dei dodici incrociatori inizialmente previsti. Ognuno di questi gruppi aveva una potenza massima di oltre 50.000 cavalli; per l'impiego sull'Aquila vennero limitati a 37.500 e vennero dotati di nuove eliche adatte ad una nave più grande ma meno veloce.
Le sovrastrutture della nave consistevano in una plancia di comando a più ponti posta circa a metà nave sul lato dritto, seguita da un grande fumaiolo in cui erano convogliati gli scarichi delle caldaie. Il ponte di volo era continuo da prora a poppa e non faceva, ovviamente parte integrante dello scafo, ma era sostenuto da apposite strutture. Sui lati del ponte stesso si trovavano numerose mensole che sostenevano sia l'armamento della nave che alcune altre attrezzature.
L'armamento era essenzialmente rivolto alla difesa antiaerea e consisteva in otto cannoni da 135/45 e dodici da 65/64, in impianti singoli posti su mensole ai lati del ponte di volo, a prua ed a poppa. Vi erano inoltre 132 mitragliere da 20/65 in ventidue impianti a sei canne, distribuiti sui lati del ponte di volo e davanti e dietro l'isola. Come si può vedere un armamento di tutto rispetto e sicuramente adeguato alle necessità.
l gruppo di volo doveva consistere di 51 aerei; il tipo prescelto (si era deciso di non sviluppare aerei appositi per l'impiego imbarcato per problemi legati ai tempi di sviluppo) era il caccia Reggiane Re-2001. Si trattava di un caccia monomotore monoposto entrato in servizio nel 1941, propulso da un motore Daimler Benz da 1175 HP (realizzato su licenza dall'Alfa Romeo) e capace di una velocità massima di circa 540 Km/h. L'armamento consisteva in quattro mitragliatrici, due da 12,7 e due da 7,7; inoltre era presente un gancio ventrale per l'attacco di una bomba (in vista dell'impiego come cacciabombardiere). La versione imbarcata era stata essenzialmente modificata nel carrello, irrobustito in vista degli appontaggi, e nella previsione di un gancio di arresto posteriore. La disposizione dei 51 aerei era un classico esempio dell'ingegnosità italiana: siccome la capacità della nave, fra aviorimessa e aerei parcheggiati sul ponte di volo era di soli 36 aerei (rispettivamente 26 e 10), si era "inventato" un meccanismo tramite il quale altri quindici aerei venivano letteralmente appesi al soffitto dell'aviorimessa, portando così il totale a 51. Era prevista anche la realizzazione di una versione ad ali ripiegabili del Re-2001; con questo modello la capacità della nave sarebbe salita a 66 aerei.
La protezione era, ovviamente, molto limitata dall'origine dell'Aquila, ed era essenzialmente limitata alle parti vitali: niente ponte di volo corazzato, niente cintura corazzata, ma solo una leggera blindatura in corrispondenza del locale del timone e dei locali dell'apparato motore. Inoltre alcune intercapedini in corrispondenza delle controcarene erano state riempite di cemento per aumentare in qualche modo la protezione.
Era destino tuttavia che l'Italia dovesse terminare la seconda guerra mondiale senza portaerei. Nel settembre 1943 l'Aquila era ormai quasi completamente allestita e pronta ad iniziare le prove in mare, quando fu sorpresa dall'armistizio a Genova e catturata dai tedeschi; venne ulteriormente danneggiata da un bombardamento aereo alleato il 16 giugno 1944 e quindi affondata in porto da un'incursione di mezzi d'assalto italiani il 19 aprile del 1945. Il relitto fu poi recuperato e demolito nel dopoguerra.
Ma l'Aquila non sarebbe dovuta rimanere sola. Nel 1942 fu deciso di trasformare in portaerei anche un'altra nave, quasi gemella del Roma, e cioè l'Augustus. Questa trasformazione però doveva essere molto più limitata: la Sparviero (così infatti doveva chiamarsi la nuova portaerei) sarebbe stata una portaerei di scorta, con una struttura simile a quella delle portaerei di scorta alleate: ponte di volo continuo, nessuna isola, scarico dei fumi laterale, armamento composto da 6 pezzi da 152 e 4 da 102 disposti ai lati del ponte di volo, aerei imbarcati una ventina. L'apparato motore sarebbe rimasto quello originale, costituito da motori diesel in grado di spingere la nave a circa 18 nodi. I lavori, iniziati nel novembre del 1942, furono fermati dall'armistizio dell'anno successivo in uno stadio ancora molto arretrato: in pratica la nave era stata solamente "rasata" al livello del ponte di coperta, ma non era stato ancora realizzato niente delle nuove strutture della portaerei. Anche questa realizzazione, dunque, sfumò nella nebbia dell'armistizio dell'8 settembre. Per avere finalmente una portaerei la Marina italiana avrebbe dovuto aspettare altri quarant'anni, con l'entrata in servizio, nel 1985, dell'incrociatore portaeromobili (o portaerei leggera) Giuseppe Garibaldi.
La storia delle portaerei italiane nella seconda Guerra Mondiale non può terminare senza qualche ulteriore considerazione. Si è detto da più parti che la presenza delle portaerei nella Regia Marina avrebbe permesso di combattere ad armi pari la Royal Navy, che certi avvenimenti (vedi Matapan) avrebbero preso tutt'altra piega, addirittura che si poteva vincere la guerra (!!).
È opportuno considerare alcune cose. Anzitutto il numero di queste fantomatiche portaerei; considerando il costo di queste unità, la capacità cantieristica italiana, la consistenza delle marine probabili avversarie di quella italiana (principalmente quella francese che nel 1940 aveva una portaerei in servizio, la Béarn, e due in programma), non è ragionevole pensare che le portaerei italiane potessero essere più di una o due (al massimo dell'ottimismo tre). Analogamente è plausibile supporre che non sarebbero state superportaerei del tipo Saratoga o Akagi, ma navi di caratteristiche più contenute, come si è visto dai vari progetti presentati nel corso degli anni. Avere in servizio due portaerei vuol dire che, a parte periodi assolutamente eccezionali, ne è normalmente disponibile solo una, mentre l'altra sarà probabilmente in lavori di manutenzione o modifica, in addestramento, oppure starà riparando i danni subiti. Il tutto non considerando che queste navi sarebbero diventate il bersaglio prioritario dell'aviazione e della marina inglesi: è quindi probabile che prima o poi una sarebbe anche stata affondata.
Queste poche portaerei cosa avrebbero dovuto fare? Accompagnare la squadra navale nelle sue (rare) incursioni a caccia del naviglio avversario? Scortare i convogli per l'Africa Settentrionale, assicurando così la copertura aerea? Fare entrambe le cose? Andare a caccia di sommergibili? Come si vede una vasta serie di compiti che, sicuramente, due portaerei non avrebbero potuto svolgere. Se accompagnavano la squadra, forse a Matapan non avremmo perduto tre incrociatori e due caccia, forse avremmo distrutto qualche convoglio inglese in più, ma per i nostri convogli non sarebbe cambiato un gran che. Se avessero accompagnato e scortato i convogli probabilmente Rommel avrebbe ricevuto un maggior quantitativo di rifornimenti, ma le sorti della campagna d'Africa non sarebbero per questo cambiate di molto; e la nostra flotta, nel frattempo, sarebbe sempre rimasta senza gli occhi assicurati dall'aviazione imbarcata. Se avessero dato la caccia ai sommergibili, non avrebbero fatto niente di quanto detto finora e sarebbero state esposte al grosso rischio di prendersi qualche siluro in pancia.
In definitiva questo discorso ci porta a concludere che quelle due, al massimo tre, portaerei che l'Italia mussoliniana avrebbe ragionevolmente potuto permettersi, non avrebbero sicuramente cambiato il corso degli eventi nella Seconda Guerra Mondiale; sicuramente sarebbero risultate utili, su questo non c'è alcun dubbio, per una migliore condotta delle operazioni, avrebbero probabilmente evitato alcuni brutti episodi (brutti per il loro esito finale, non per il valore e l'eroismo dimostrati dai marinai italiani). Ma, ripetiamo, quello che sarebbe veramente servito all'Italia, come e forse di più delle portaerei, sarebbe stata un'aviazione navale forte e organizzata, con basi distribuite su tutto il territorio nazionale e oltremare per permettere una buona copertura del Mediterraneo, ed un buon coordinamento con le operazioni della squadra navale. Questo avrebbe permesso anche di valorizzare al massimo le portaerei, consentendo un loro utilizzo ottimale.
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Il miraggio della portaerei
La portaerei Aquila
Finalmente, dopo la riconosciuta necessità di dotarsi di portaerei, e soprattutto dopo la tragedia di Capo Matapan, il Comando Supremo si rese conto che la costruzione della portaerei non poteva essere ulteriormente rimandata, e Mussolini in persona ne ordinò la costruzione. Nel luglio del 1941 fu quindi ufficialmente ordinata la costruzione della tanto auspicata portaerei.
Il progetto prevedeva la modifica del solito Roma, a cui andavano sostituiti i motori con quelli di due incrociatori leggeri della classe Capitani Romani, come prevedeva già il progetto Bozzoni. La velocità sarebbe così stata di circa 30 nodi, per unità che avrebbe assolto pienamente ai suoi compiti in squadra.
Lo scafo venne largamente modificato con l'applicazione di controcarene sia per permettere all'unità di raggiungere velocità elevate sia pe migliorare la protezione subacquea nei confronti dei siluri. Venne installata una corazzatura che variava dai 60 agli 80 millimetri ai depositi di carburante e di munizioni e le controcarene vennero riempite con uno spessore di 600 mm di cemento armato, anche questo come nel precedente progetto Bozzoni.
L'unità era a ponte continua con una voluminosa isola a più piani sul lato di dritta, con numerose piazzole per le armi antiaeree. Piazzole simili erano presenti anche ai lati dello scafo per sostenere anche l'armamento antisilurante.
Pesante sarebbe stato l'armamento antiaereo. Oltre a otto canoni da 135/45, non è chiaro se anche in funzione contraerea, sarebbero stati presenti dodici bocche da 65/64 e ben 132 mitragliere da 20/65 in affusti binati.
Per quanto riguarda gli aerei imbarcati si era deciso di optare per il caccia Reggiane Re.2001, già in carico alla Regia Aeronautica. Si trattava di un caccia monoplano monomotore ad ala bassa, spinto da un motore Daimler Benz da 1.175 hp, armato di due mitragliatrici da 12.7 mm e due da 7.7 mm, ma era anche presente la versione da caccia notturna con un cannoncino da 20 mm, oltre la possibilità di portare una bomba da 640 kg nella configurazione di cacciabombardiere. Toccava la velocità massima di 540 km/h. L'Aquila sarebbe stata in grado di imbarcarne 51, inattesa della versione con le ali ripiegabili, che avrebbe permesso il trasporto di 66 velivoli. L'unità sarebbe inoltre stata dotata di catapulte a vapore per facilitare l'involo degli aeroplani.
L'Aquila, nonostante gli sforzi fatti, non entrò mai in servizio. Già danneggiata nel corso dell'allestimento, nel novembre 1942, alla data dell'8 settembre 1943 era praticamente pronta per i collaudi e le prove in mare, completa per il 90%. Il 9 settembre fu sabotata ed abbandonata dall'equipaggio, e cadde nelle mani dei tedeschi. Il 16 giugno 1944 venne bombardata in porto a Genova da aerei americani, e per finire nella notte del 19 aprile 1945 venne attaccata da mezzi d'assalto della Marina Italiana del Sud, per evitare che i tedeschi la affondassero all'imboccatura del porto. Venne ritrovata semisommersa già il 24 aprile 1945, e, recuperata, venne demolita nel 1952.
La portaerei Sparviero
L'Aquila non fu la sola unità del genere messa in cantiere in Italia. Dalla trasformazione dell'Augustus, nave gemella del Roma, doveva scaturire una portaerei di scorta, attraverso modifiche molto più semplici di quelle attuate sull'altra nave.
I motori sarebbero stati quelli originali, in grado di spingere l'unità a non più di 20 nodi, mentre lo scafo sarebbe stato rasato completamente, sul modello di quanto progettato da Gagnotto nel 1936, cioè senza isola. Ci sarebbero state almeno due catapulte e mensole laterali per le armi di bordo. L'unità sarebbe stata dotata di dodici cannoni da 135/45, altrettanti da 65/64 e svariate mitragliere da 20/65.
La Sparviero sarebbe stata in grado di imbarcare una ventina di aerei.
L'8 settembre i lavori erano ancora appena all'inizio, erano state appena eliminate le sovrastrutture. Il 5 ottobre 1944 venne affondata all'imboccatura del porto di Genova come ostruzione. Recuperata nel 1947, in seguito venne demolita.
In questo modo l'avventura della portaerei italiana era definitivamente conclusa. Si dovrà aspettare fino al 1985, con l'entrata in linea della Garibaldi, per vedere finalmente tale tipo di nave in Italia, ed ancora fino al 2007 per vedere la nuova grande nave portaerei, la Andrea Doria, attualmente in costruzione a Riva Trigoso.
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